Genesi 2 (versetti 1-17)

GENESI 2

67. Poiché per Divina misericordia del Signore mi è stato dato di conoscere il significato interiore della Parola, in cui sono custoditi i più profondi arcani, che non sono mai venuti a conoscenza di nessuno, né può essere altrimenti, salvo che non fosse nota la natura dell’altra vita (perché moltissime cose del senso interno della Parola riguardano, descrivono e coinvolgono le cose di quella vita) mi è permesso rivelare quello che ho visto e udito nel corso di diversi anni in cui mi è stato concesso di essere in compagnia di spiriti e angeli.

68. Sono ben consapevole che molti diranno che nessuno possa parlare con gli spiriti e gli angeli finché vive nel corpo. E molti diranno che si tratta di fantasia; altri, che ho riferito queste cose per acquisire credito, e altri ancora faranno altre obiezioni. Ma da tutto questo io non sono scoraggiato, perché ho visto, ho udito, ho sentito.

69. L’uomo è stato così creato dal Signore per essere in grado – mentre vive nel corpo – di parlare con gli spiriti e gli angeli, come in effetti è avvenuto nei tempi più antichi. Perché, essendo lo spirito rivestito di un corpo, egli è omogeneo con loro. Ma poiché col tempo gli uomini si sono immersi nelle cose corporali e mondane a tal punto da non interessarsi quasi a null’altro oltre ciò, la via di comunicazione è stata chiusa. Ciò nondimeno, non appena l’uomo cessa di essere immerso nelle cose corporee, la via è riaperta, ed egli è fra gli spiriti, ed in comunione di vita con loro.

70. Poiché mi è permesso di rivelare ciò che per molti anni ho udito e visto, va detto, in primo luogo, cosa accade all’uomo quando viene resuscitato, ovvero come passa dalla vita del corpo nella vita eterna. Affinché io potessi sapere che gli uomini vivono dopo la morte, mi è stata data la capacità di parlare e stare in compagnia con molti tra quelli che avevo conosciuto durante la loro vita nel corpo. E questo, non solo per un giorno o una settimana, ma per mesi, e quasi un anno, parlando e associandomi con loro, esattamente come in questo mondo. Si meravigliavano oltremodo per il fatto che, quando vivevano nel corpo erano, e moltissimi altri con loro, persuasi nella certezza che non avrebbero vissuto dopo la morte; quando in realtà dopo appena un giorno dalla morte del corpo, l’uomo è introdotto nell’altra vita. Perché la morte è una continuazione della vita.

71. Ma, affinché questi soggetti non risultino sparsi e scollegati, qualora fossero associati a quelli contenuti nel testo della Parola, è permesso, dalla Divina misericordia del Signore, di disporli in ordine, all’inizio e alla fine di ogni capitolo, oltre a quelli che sono esposti incidentalmente.

72. Alla fine di questo capitolo, quindi, mi è permesso di riferire in che modo l’uomo viene risuscitato dai morti ed entra nella vita eterna.

GENESI 2

1. E i cieli e la terra e tutte le loro schiere furono compiuti.

2. E il settimo giorno Dio portò a compimento l’opera che aveva fatto; e nel settimo giorno si riposò da ogni opera che aveva fatto.

3. E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in quel giorno si riposò da ogni sua opera che aveva creato.

4. Questa è la nascita dei cieli e della terra, quando Dio li creò, nel giorno in cui Jehovah Dio fece la terra e i cieli.

5. E non c’era alcun arbusto nel campo, e nessuna erba era cresciuta, perché Jehovah Dio non aveva ancora fatto piovere sulla terra. E non c’era alcun uomo che coltivasse il suolo.

6. Ed egli fece una nebbia che saliva dalla terra, e irrigava tutta la superficie del suolo.

7. E Jehovah Dio plasmò l’uomo dalla polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita, e l’uomo divenne un essere vivente.

8. E Jehovah Dio piantò un giardino a oriente, in Eden, e vi pose l’uomo che aveva fatto.

9. E Jehovah Dio fece crescere dal terreno ogni albero meraviglioso alla vista, dai frutti appetibili. Anche l’albero della vita era al centro del giardino, e l’albero della conoscenza del bene e del male.

10. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, e da lì si divideva, in quattro corsi.

11. Il nome del primo è Pison; esso scorre attorno a tutta la regione di Avìla, dove c’è l’oro.

12. E l’oro di quella terra è fine. Vi è la resina odorosa e la pietra d’onice.

13. Il nome del secondo è Gihon; esso scorre attorno alla regione di Cush.

14. Il nome del terzo è Tigri; esso scorre a oriente verso l’Assiria. E il quarto è l’Eufrate.

15. Jehovah Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, affinché lo coltivasse e si prendesse cura di esso.

16. E Jehovah Dio diede un comando all’uomo, dicendo: Puoi mangiare di ogni albero del giardino.

17. Ma dell’albero della conoscenza del bene e del male, tu non dovrai mangiarne; perché nel giorno in cui ne mangerai tu morirai.

Contenuti

73. Quando dopo la morte, l’uomo diviene spirituale, quindi, da spirituale diviene celeste, di cui qui si tratta (versetto 1).

74. L’uomo celeste è il settimo giorno, in cui il Signore riposa (versetti 2-3).

75. La sua conoscenza e la sua razionalità sono descritti dall’arbusto e dall’erba che crescono dal terreno, inumiditi dalla nebbia (versetti 5-6).

76. La sua vita è descritta dalla espirazione in lui del soffio della vita (versetto 7).

77. Successivamente la sua intelligenza è rappresentata dal giardino dell’Eden, a oriente, in cui gli alberi piacevoli alla vista sono le percezioni della verità, e gli alberi dai frutti appetibili sono le percezioni del bene. L’amore è rappresentato dall’albero della vita, la fede dall’albero della conoscenza (versetti 8-9).

78. La sapienza è intesa con il fiume nel giardino. Di là originavano quattro corsi; il primo dei quali è il bene e la verità; il secondo è la conoscenza di tutte le cose del bene e del vero, cioè dell’amore e della fede. Questi soggetti attengono all’uomo interno. Il terzo corso è l’intelletto; e il quarto sono i saperi appresi nel mondo, che appartengono all’uomo esterno. Tutti procedono dalla sapienza, e quest’ultima, dall’amore e dalla fede nel Signore (versetti 10-14).

79. L’uomo celeste è quel giardino. Ma siccome il giardino è dal Signore, è consentito a quell’uomo di godere di tutte queste cose, e tuttavia, non può possederle come sue proprie (versetto 15).

80. È anche permesso all’uomo di raggiungere la conoscenza del bene e del vero per mezzo di ogni percezione da parte del Signore, ma egli deve farlo non da se stesso e dal mondo, né investigare nei misteri della fede per mezzo delle percezioni dei sensi e dei saperi mondani; perché ciò causerebbe la morte della sua natura celeste (versi 16-17).

Significato interiore

81. Questo capitolo tratta dell’uomo celeste, come nel precedente si è trattato i quello spirituale, che sopravvive al decesso dell’uomo nel mondo. Ma siccome si ignora al giorno d’oggi chi sia l’uomo celeste e, a malapena si sa chi sia l’uomo spirituale, o l’uomo morto, mi è permesso di precisare brevemente la natura di ciascuno, affinché possa esserne apprezzata la differenza. In primo luogo, un uomo morto non riconosce nulla del vero e del bene, se non ciò che appartiene al corpo e al mondo, ed è questo che adora. L’uomo spirituale riconosce la verità e il bene spirituali e celesti; ma lo fa da un principio di fede, che è anche alla base delle sue azioni, piuttosto che dall’amore. L’uomo celeste crede e percepisce la verità e il bene spirituali e celesti, non riconoscendo altra fede diversa da quella che procede dall’amore, dalla quale anche egli agisce.

[2] Secondo: i fini che muovono l’uomo nel mondo attengono unicamente alla sua vita corporea e mondana; né si sa cosa sia la vita eterna, ovvero chi sia il Signore, o seppure se ne abbia una qualche conoscenza, non vi si crede. I fini che muovono l’uomo spirituale attengono alla vita eterna, e quindi al Signore. I fini che muovono l’uomo celeste riguardano il Signore, e quindi il suo regno e la vita eterna.

[3] Terzo: l’uomo nel combattimento [spirituale. NdT] quasi sempre soccombe, e quando non combatte, i mali e le falsità hanno il dominio su di lui; ed egli è uno schiavo. I suoi vincoli sono esteriori, come ad esempio la paura della legge, la paura di perdere la vita, la ricchezza, i guadagni e la fama che egli ha a cuore. L’uomo spirituale è in combattimento; ma è sempre vittorioso, i vincoli da cui è legato sono interiori, e sono chiamati vincoli di coscienza. L’uomo celeste non è in combattimento, e quando è assalito dai mali e dalle falsità, li disprezza, ed è perciò chiamato conquistatore. Egli è apparentemente libero da vincoli. I suoi legami che non sono evidenti, sono le percezione del bene e della verità.

82. Versetto 1. E i cieli e la terra furono compiuti, e tutte le loro schiere. Con queste parole si intende che l’uomo è ora reso spirituale, tale da essere diventato il sesto giorno. Il cielo è il suo uomo interno; terra, il suo esterno, e le loro schiere sono l’amore, la fede e le conoscenze che di là procedono, che in precedenza erano rappresentate dai grandi luminari e le stelle. Che l’uomo interno è chiamato cielo e l’esterno terra, si evince dai passi della Parola già citati nel capitolo precedente, cui possono essere aggiunti i seguenti, in Isaia:

Farò un uomo più raro dell’oro massiccio, e anche un uomo più prezioso dell’oro di Ofir. Perciò colpirò il cielo con terrore, e la terra sarà scossa dal suo luogo (Isaia 13:12-13)
Tu hai dimenticato il Signore tuo creatore, che ha dispiegato i cieli, e posto le fondamenta della terra. Ma io metterò le mie parole nella tua bocca, e ti nasconderò all’ombra della mia mano, affinché io possa stendere il cielo, e gettare le fondamenta della terra (Isaia 51:13, 16)

Da queste parole è evidente che sia il cielo, sia la terra sono riferite all’uomo; perché, anche se si riferiscono principalmente alla più antica chiesa, nondimeno, gli interiori della Parola sono di una tale natura che qualsiasi cosa si dica della chiesa può anche dirsi di ogni singolo membro di essa, il quale, a meno che non sia una chiesa, non potrebbe essere una parte della chiesa, esattamente come colui che, a meno che non sia un tempio del Signore non può essere ciò che è significato per il tempio, vale a dire, la chiesa e il cielo. È per questa ragione che la più antica chiesa è chiamata uomo al singolare.

83. I cieli e la terra e tutte le loro schiere si dice che sono compiuti quando l’uomo è diventato il sesto giorno, perché allora la fede e l’amore fanno uno. Quando essi sono congiunti, l’amore, e non la fede, o in altre parole il principio celeste, e non quello spirituale, prevale, e questo è l’uomo celeste.

84. Versetti 2, 3. E il settimo giorno Dio portò a compimento l’opera che aveva fatto; e nel settimo giorno si riposò da ogni opera che aveva fatto. E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in quel giorno si riposò da ogni sua opera che aveva creato. L’uomo celeste è il settimo giorno che, siccome il Signore ha lavorato nel corso dei sei giorni, si chiama la sua opera; e poiché tutti i combattimenti cessano allora, il Signore si dice che riposa da ogni sua opera. A questo riguardo il settimo giorno è stato santificato, e chiamato il sabato, da una parola in ebraico che significa riposo. E così l’uomo fu creato, formato, e fatto, come si evince da queste parole.

85. Che l’uomo celeste sia il settimo giorno, e che il settimo giorno era perciò santificato, e chiamato sabato, sono arcani che fino ad ora non erano ancora stati svelati. Perché nessuno ha acquisito la conoscenza della natura dell’uomo celeste, e pochi quella dell’uomo spirituale, il quale, in conseguenza di questa ignoranza, è stato posto sullo stesso piano dell’uomo celeste, nonostante la grande differenza che esiste tra loro, come può essere visto al n. 81. Riguardo al settimo giorno e all’uomo celeste, che questi sia il settimo giorno o sabato si evince dal fatto che il Signore stesso è il sabato; perciò dice:

Il figlio dell’uomo è Signore anche del sabato (Marco 2:27)

le quali parole implicano che il Signore è l’uomo stesso, e il sabato stesso. Il suo regno nei cieli e sulla terra è chiamato, da lui, sabato, o pace eterna e quiete.

[2] La chiesa più antica, che è qui trattata, è stata il sabato del Signore, sopra tutte quelle che si sono succedute. Ogni successiva chiesa interiore del Signore è anche un sabato; e così pure ogni persona rigenerata quando diviene celeste, perché è una somiglianza del Signore. I sei giorni di combattimento o di lavoro precedono [il sabato. NdT]. Queste cose erano rappresentate nella chiesa ebraica dai giorni lavorativi, e dal settimo giorno, che era il sabato; perché in quella chiesa non vi era niente che non fosse rappresentativo del Signore e del suo regno. La medesima cosa è stata rappresentata anche dall’arca, quando avanzava, e quando si fermava. Perché, nelle sue peregrinazioni nel deserto sono stati rappresentati i combattimenti e le tentazioni; e per il suo fermarsi, lo stato di pace. Perciò, quando essa era in cammino, Mosè diceva:

Sorgi, Signore, e lascia che i tuoi nemici si disperdano, e scompaiano dal tuo cospetto coloro che ti odiano. E quando sostava, egli diceva, Torna Jehovah, alle miriadi d’Israele (Num. 10:35-36)

In quel passo si fa riferimento all’Arca in movimento dal monte di Jehovah alla ricerca di un luogo di sosta per loro. (Num. 10:33).

[3] Il riposo dell’uomo celeste è rappresentato dal sabato in Isaia:

Se ti asterrai dal metterti in cammino il sabato, dall’occuparti dei tuoi affari nel giorno della mia santità, e chiamerai le cose del sabato mirabili delizie al santo di Jehovah; e lo onorerai astenendoti dalle tue occupazioni, dai tuoi diletti e dalle frequentazioni, né proferirai parola, allora tu sarai gradito a Jehovah, e io ti eleverò sulle sommità della terra, e ti nutrirò con l’eredità di Giacobbe (Isaia 58:13-14)

Questa è la qualità dell’uomo celeste che non agisce secondo il proprio desiderio, ma secondo il beneplacito del Signore, che è il suo desiderio. Così egli gode di una pace interna e della felicità – qui rappresentata dalla elevazione fino alle sommità della terra – e al tempo stesso della quiete e della gioia, che è rappresentata dall’essere alimentato con l’eredità di Giacobbe.

86. Quando l’uomo spirituale, che è diventato il sesto giorno, comincia ad essere celeste, di cui si è appena trattato qui sopra, è la vigilia del sabato, rappresentata nella chiesa ebraica dalla santificazione del sabato dalla sera. L’uomo celeste è il mattino di cui si tratta in questa sede.

87. Un’altra ragione per cui l’uomo celeste è il sabato, o quiete, è che il combattimento cessa quando egli diviene celeste. Gli spiriti maligni si ritirano e quelli angelici si approssimano, e così pure gli angeli celesti; e quando questi sono presenti, gli spiriti maligni non possono più rimanere, e fuggono lontano. E poiché non era l’uomo stesso che ha effettuato il combattimento, ma il Signore solo, per l’uomo, è detto che il Signore si riposò.

88. Quando l’uomo spirituale diviene celeste, è chiamato opera di Dio, perché solo il Signore ha combattuto per lui, lo ha creato, formato, e fatto, e quindi qui è detto, Dio finì la sua opera nel settimo giorno, e per due volte, che si riposò da ogni sua opera. L’uomo viene ripetutamente chiamato dai profeti opera delle mani e delle dita di Jehovah, come in Isaia, parlando dell’uomo rigenerato:

Così ha detto Jehovah, il santo d’Israele, e suo creatore, Voi cercate segni della mia presenza, segni riguardanti i miei figli, e volete ingerirvi dell’opera delle mie mani. Io ho fatto la terra, e ho creato l’uomo sopra di essa. Con le mie mani ho steso i cieli, e ho ordinato tutte le loro schiere. Poiché così ha detto Jehovah che crea i cieli, Dio stesso che ha formato e ha fatto la terra; egli non ha creato un vuoto, ma lo ha fatto per essere abitato. Io sono Jehovah e non c’è altro Dio fuori di me (Isaia 45:11-12, 18, 21)

È pertanto evidente che la nuova creazione, o la rigenerazione, è opera del Signore solo. Le espressioni creare, formare e fare, sono impiegate in un modo del tutto distinto nel passo qui sopra, creare il cielo, formare la terra, e farli, e in altri luoghi, nello stesso profeta:

Tutti coloro che portano il mio nome, che io ho creato per la mia gloria, ho fatto e ho formato (Isaia 43:7)

ed anche nel precedente ed in questo capitolo della Genesi, come nel passo più sopra, si riposò da ogni sua opera, che Dio aveva fatto creando. Nel senso interiore questa terminologia esprime sempre idee distinte; così pure laddove il Signore è chiamato creatore, fattore o artefice.

89. Versetto 4. Questa è la nascita dei cieli e della terra, quando Dio li creò, nel giorno in cui Jehovah Dio fece la terra e i cieli. La nascita dei cieli e della terra rappresenta la formazione dell’uomo celeste. Che della sua costituzione qui si tratta si evince da tutto ciò che segue; come l’erba che non è ancora spuntata; che non vi era uomo che coltivasse la terra; come pure che Jehovah Dio plasmò l’uomo, e successivamente, che egli fece tutte le bestie e gli uccelli del cielo, della cui creazione si è trattato nel precedente capitolo. Da tutto ciò si evince che qui si tratta di un altro uomo. Ciò è ancora più evidente dal fatto che ora per la prima volta il Signore è chiamato Jehovah Dio, mentre nei passi precedenti, nei quali si è trattano dell’uomo spirituale, egli è chiamato semplicemente Dio. Inoltre, ora si fa menzione del terreno e del campo, mentre nei passi precedenti compare solo il termine terra. In questo versetto inoltre il cielo è menzionato per la prima volta prima della terra e poi terra prima di cielo. Il motivo di ciò è che terra significa l’uomo esterno, e cielo l’uomo interno, e nell’uomo spirituale la rigenerazione inizia dalla terra, cioè, dall’uomo esterno, mentre nell’uomo celeste, che è qui trattato, essa inizia dall’uomo interno, ovvero dal cielo.

90. Versetti 5, 6. E non c’era alcun arbusto nel campo, e nessuna erba era cresciuta, perché Jehovah Dio non aveva ancora fatto piovere sulla terra. E non c’era alcun uomo che coltivasse il terreno. Ed egli fece una nebbia che saliva dalla terra, e irrigava tutta la superficie del terreno. Per arbusto nel campo e per erba del campo si intende in generale tutto ciò che l’uomo esterno produce. L’uomo esterno è chiamato terra finché egli rimane spirituale; ed è chiamato terreno e anche campo quando diviene celeste. La pioggia, che è subito dopo chiamata nebbia, è la tranquillità della pace, quando cessa il combattimento.

91. Tuttavia, non si può percepire ciò che queste cose implicano, a meno che non si sappia in che stato è l’uomo, nella transizione dall’essere spirituale al divenire celeste, perché sono profondamente nascoste. Fintanto che è spirituale, l’uomo esterno non è ancora disposto a obbedire e servire l’uomo interno, e quindi c’è un combattimento. Ma quando diviene celeste, allora l’uomo esterno comincia a obbedire e servire l’uomo interno, e quindi il combattimento cessa, e ne deriva la tranquillità (vedi n. 87). Questa tranquillità è rappresentata dalla pioggia e dalla nebbia perché è come un vapore con il quale l’uomo esterno è bagnato e irrorato da quello interno, ed è proprio questa tranquillità, il frutto della pace, che produce quelli che sono chiamati arbusti del campo ed erbe dei campi che, in particolare, sono cose della mente razionale e della memoria da un‘origine spirituale celeste.

92. La natura della tranquillità della pace dell’uomo esterno, alla cessazione del combattimento, o dell’agitazione causata da cupidigie e falsità, può essere conosciuta solo da coloro che hanno fatto esperienza dello stato di pace. Questo stato è così mirabile che supera ogni idea di gioia: non è solo la cessazione del combattimento, ma è la vita che procede dalla pace interiore, e che influenza l’uomo esterno in un modo tale che non può essere descritto. Le verità della fede, e i beni dell’amore, derivano la loro vita dalla gioia della pace.

93. Lo stato dell’uomo celeste, così dotato della tranquillità della pace, ravvivato dalla pioggia e liberato dalla schiavitù di ciò che è male e falso, è così descritto dal Signore in Ezechiele:

Farò con loro un’alleanza di pace, e allontanerò le fiere dalla regione, ed essi abiteranno sicuri nel deserto, e dormiranno nei boschi. Farò di loro e dei luoghi intorno al mio colle una benedizione; e farò scendere la pioggia nella sua stagione; piogge di benedizione esse saranno. E l’albero del campo darà i suoi frutti, e la terra darà i suoi prodotti, e abiteranno sicuri sulla loro terra. E conosceranno che io sono Jehovah, colui che ruppe le redini del loro giogo, e li liberò dalle mani di coloro che li resero schiavi. E voi, mio gregge, gregge del mio pascolo, siete un uomo, e io sono il vostro Dio (Ez. 34:25-27, 31).

E che questa venga siglata nel terzo giorno, che nella Parola ha lo stesso significato di settimo è così affermato in Osea:

Dopo due giorni egli ci ridarà la vita. Nel terzo giorno ci risusciterà, e vivremo davanti al suo cospetto, e noi conosceremo e saremo alla sequela di Jehovah: egli procede come l’alba e viene a noi come la pioggia, come la pioggia fine che irriga la terra (Osea 6:2-3)

Che questo stato sia paragonato alla crescita del campo è affermato in Ezechiele, quando si parla della Chiesa antica:

Ti ho moltiplicato come la messe nel campo, e sei cresciuto rigoglioso con ornamenti eccellenti (Ezechiele 16:7)

Ed è anche paragonato a:

Un germoglio della piantagione del Signore, e un’opera delle mani di Jehovah Dio (Is. 60:21)

94. Versetto 7. E Jehovah Dio plasmò l’uomo dalla polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita, e l’uomo divenne un essere vivente. Per plasmare l’uomo, dalla polvere del suolo si intende formare il suo uomo esterno, che prima non era uomo, perché si dice (versetto 5) che non c’era nessun uomo che coltivasse il terreno. Soffiare nelle sue narici un alito di vita significa dargli la vita della fede e dell’amore. Per l’uomo divenne un’anima vivente si intende che il suo esteriore è stato reso vivo.

95. La vita dell’uomo esterno viene qui trattata. La vita della sua fede o intelletto, nei due versetti precedenti. E la vita del suo amore ovvero la volontà in questo versetto. Fin qui l’uomo esterno non ha acconsentito a mettersi al servizio dell’uomo interno, essendo impegnato in un combattimento continuo con lui, e quindi l’uomo esterno non ha conseguito la dignità di uomo. Ora, però, essendo fatto celeste, l’uomo esterno comincia a obbedire e servire l’uomo interno, e diventa dunque uomo essendo così reso dalla vita della fede e dalla vita dell’amore. La vita della fede lo prepara, ma è la vita dell’amore che lo porta ad essere uomo.

96. È detto che Jehovah Dio soffiò nelle sue narici perché nei tempi antichi, e nella Parola, per narici era inteso tutto ciò che fosse gradevole in conseguenza del suo profumo, che significa percezione. In proposito si è ripetutamente scritto di Jehovah, che emanava una fragranza di quiete dagli olocausti, e da quelle cose che rappresentavano Jehovah e il suo regno. E poiché le cose che attengono all’amore e alla fede sono le più gradevoli a Jehovah, si dice che soffiò un alitò di vita nelle sue narici. Di qui l’unto di Jehovah, cioè, del Signore, è chiamato soffio delle narici (Lam. 4:20). E il Signore stesso ha inteso la medesima cosa per alitare sui suoi discepoli, come è riportato in Giovanni:

Alitò su di loro e disse, Ricevete lo Spirito Santo (Giovanni 20:22)

97. Il motivo per il quale la vita è rappresentata con il soffio e con il respiro” è inoltre, che gli uomini della chiesa più antica percepivano lo stato dell’amore e della fede dagli stati della respirazione, che furono successivamente cambiati nei loro posteri. Di questa respirazione nulla può ancora essere detto, perché attualmente queste cose sono del tutto sconosciute. Le genti più antiche conoscevano bene questo arcano; così pure coloro che sono nell’altra vita; ma nessuno ormai, nel mondo. Questo è il motivo per cui lo spirito o la vita sono stati paragonati al vento. Il Signore anche usa questa similitudine parlando della rigenerazione dell’uomo, in Giovanni:

Il vento soffia dove vuole e tu ne odi la voce, e non sai da dove viene o dove va. Così è per tutti coloro che sono nati dallo Spirito (Giovanni 3:8)

Così in Davide:

Dalla parola di Jehovah furono fatti i cieli, e tutte le loro schiere dal soffio della sua bocca (Sal. 33:6)
Tu togli loro il respiro, ed essi muoiono; e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, ed essi sono creati, e rinnovi i volti della terra (Sal 104:29-30)

Che il respiro sta per la vita della fede e dell’amore, appare in Giobbe:

Egli è lo spirito dell’uomo, e il soffio dell’Onnipotente ha dato loro l’intelletto (Giobbe 32:8)
Lo spirito di Dio mi ha creato, e il soffio dell’Onnipotente mi ha dato la vita (Giobbe 33:4)

98. Versetto 8. E Jehovah Dio piantò un giardino a oriente in Eden, e vi pose l’uomo che aveva formato. Per giardino è intesa l’intelligenza; per Eden, l’amore; per oriente. il Signore. Di conseguenza, per giardino di Eden a oriente è intesa l’intelligenza dell’uomo celeste, che fluisce dal Signore attraverso l’amore.

99. La vita, o l’ordine della vita, presso l’uomo spirituale, è tale che sebbene il Signore fluisca, attraverso la fede, nelle cose che appartengono al suo intelletto, alla ragione e alla memoria, ciò nondimeno, poiché il suo uomo esterno lotta contro l’uomo interno, appare come se l’intelligenza non fluisca dal Signore, ma dallo stesso uomo, attraverso le cose della sua memoria e ragione. Viceversa, la vita, o l’ordine della vita, presso l’uomo celeste, è tale che il Signore fluisce attraverso l’amore e la fede congiunta a quell’amore, nelle cose appartenenti al suo intelletto, alla ragione e alla memoria. E siccome non c’è alcun combattimento tra l’uomo interno e l’uomo esterno, egli si accorge che è davvero così. Dunque l’ordine che fino a questo punto era stato invertito presso l’uomo spirituale è ora descritto come ristabilito presso l’uomo celeste e, questo ordine, o uomo, è chiamato giardino a oriente in Eden. Nel significato supremo il giardino piantato da Jehovah Dio in Eden, a oriente è il Signore stesso. Nel significato più profondo, che è anche il significato universale il giardino piantato da Jehovah Dio in Eden, a oriente è il regno del Signore, e il cielo in cui è collocato l’uomo quando è diventato celeste. Il suo stato è quindi tale che egli è con gli angeli nel cielo, ed è come se fosse uno di loro; perché l’uomo è stato creato in modo che pur vivendo in questo mondo, possa allo stesso tempo essere nel cielo. In questo stato tutti i suoi pensieri, le idee del pensiero, e anche le sue parole e azioni, sono aperte, anche dal Signore, e contengono al loro interno ciò che è celeste e spirituale. Perché ciascuno ha la vita del Signore nel suo intimo, che gli permette di avere tale percezione.

100. Che giardino significhi intelligenza, e Eden, amore, appare anche in Isaia:

Jehovah consolerà Sion, egli sarà di sollievo in tutti i suoi luoghi di rovina. Tramuterà il suo deserto in Eden, e la sua desolazione in giardino del Signore. Gioia e letizia saranno in essi; lodi e melodie di canto (Is. 51:3)

In questo passo, deserto, gioia e lodi sono termini rappresentativi delle cose celesti della fede, ovvero sono in relazione con l’amore. Invece, desolazione, letizia e melodie di canto rappresentano le cose spirituali della fede, ovvero sono in relazione con l’intelletto. Le prime sono in relazione con l’Eden, le seconde con il giardino. In Isaia le due espressioni ricorrono costantemente quali rappresentazioni degli stessi soggetti, uno dei quali per intendere le cose celesti, e l’altro, le cose spirituali. Cosa si intenda poi per giardino in Eden, può essere visto in ciò che segue, al versetto 10.

101. Che il Signore sia l’oriente appare anche dalla Parola, come in Ezechiele:

Mi ha condotto al cancello, fino alla porta che guarda verso oriente. Ed ecco la gloria del Dio di Israele è giunta dalla via ad oriente; e la sua voce era come la voce di acque immense, e la terra risplendeva della sua gloria (Ez. 43:1-2, 4)

Il sacro costume diffuso nella chiesa rappresentativa ebraica di volgere il volto verso oriente, quando pregavano, deriva dal fatto che il Signore è l‘oriente.

102. Versetto 9. E Jehovah Dio fece crescere dal terreno ogni albero meraviglioso alla vista, dai frutti deliziosi. Anche l’albero della vita era al centro del giardino, e l’albero della conoscenza del bene e del male. Albero significa percezione. Albero meraviglioso alla vista significa percezione della verità. Albero dai frutti deliziosi significa la percezione del bene. Albero della vita significa l’amore e la fede che ne deriva. Albero della conoscenza del bene e del male significa la fede che discende dalle percezioni dei sensi, cioè dalle mere conoscenze mondane attinte dalla memoria.

103. Il motivo per cui gli alberi qui rappresentano la percezione è che ora è trattato l’uomo celeste, mentre è altrimenti quando si tratta dell’uomo spirituale; poiché dalla natura del soggetto dipende il predicato.

104. Attualmente non si sa cosa sia la percezione. È una sorta di sensazione interiore, proveniente unicamente dal Signore, circa ciò che è vero e di ciò che è bene. Essa era ben nota nella chiesa più antica. Questa percezione è talmente perfetta presso gli angeli che essi hanno coscienza e conoscenza di ciò che è vero e di ciò che è bene; di ciò che è dal Signore; e altresì, dell’indole di ciascuno che è alla loro presenza, semplicemente dal suo approssimarsi, e da una sola delle sue intenzioni. L’uomo spirituale, non ha la percezione, ma ha coscienza. Un uomo morto [il cui spirito è chiuso verso il cielo. NdT.] non ha nemmeno coscienza. Molti non sanno cosa sia la coscienza, e ancora meno cosa sia la percezione.

105. L’albero della vita è l’amore e la fede che ne deriva. Il centro del giardino è la volontà dell’uomo interno. La volontà, che nella Parola è chiamata cuore è il dominio principale del Signore presso l’uomo e l’angelo. Ma poiché nessuno può fare il bene da stesso, la volontà ovvero il cuore non appartiene all’uomo, sebbene sia a lui attribuita. La cupidigia, che egli chiama volontà, appartiene all’uomo. Poiché dunque, la volontà è il centro del giardino, dove si trova l’albero della vita, e l’uomo non ha la volontà, ma la sola cupidigia, l’albero della vita è la misericordia del Signore, da cui proviene tutto l’amore e la fede e, di conseguenza, tutta la vita.

106. Ma, la natura dell’albero del giardino, ovvero della percezione, dell’albero della vita, ovvero dell’amore e della fede di lì discendente, dell’albero della conoscenza, ovvero della fede derivante di ciò che è sensuale e attinto dalle conoscenze mondane, verrà mostrata nelle pagine seguenti.

107. Versetto 10. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, e da lì si divideva, in quattro corsi. Un fiume usciva da Eden è la sapienza che procede dall’amore, perché Eden è l’amore. Irrigare il giardino significa donare l’intelligenza. Da lì si divideva in quattro corsi, è una descrizione dell’intelligenza per mezzo di quattro fiumi, come segue.

108. Le genti più antiche, quando paragonavano l’uomo ad un giardino, paragonavano anche la sapienza e le cose ad esse correlate ai fiumi. Né si limitano a paragonarle, ma in realtà chiamavano esattamente così questi soggetti, perché tale era il loro modo di esprimersi. Così è stato anche successivamente, per i profeti, che talvolta usavano paragoni, talvolta, chiamavano così quegli stessi soggetti. Come in Isaia:

La tua luce sorgerà nelle tenebre, e la tua fitta oscurità sarà come la luce del giorno, e tu sarai come un giardino irrigato, come una cascata le cui acque non si ritirano (Isaia 58:10-11)

Riferendosi a coloro che ricevono la fede e l’amore. Nello stesso profeta, parlando di coloro che sono rigenerati:

Come pianure si estendono, come giardini che fiancheggiano il fiume, come alberi d’aloe piantati dal Signore, come cedri lungo le acque (Num. 24:6)

In Geremia:

Beato l’uomo che confida nel Signore, egli sarà come albero piantato nell’acqua che mette le sue radici lungo il letto del fiume (Ger. 17:7-8)

In Ezechiele l’uomo rigenerato non è paragonato ad un giardino o un albero, ma è chiamato esattamente così:

Le acque lo avevano nutrito, la loro profondità lo avevano innalzato, il fiume gli scorreva intorno, e mandava i suoi emissari a tutti gli alberi del campo. Era maestoso nella sua grandezza, nella lunghezza dei suoi rami, perché la sua radice era salda sotto grandi acque. Il cedri nel giardino di Dio non lo nascondevano, gli abeti non raggiungevano le sue fronde, e i platani non raggiungevano i suoi rami, né tutti gli alberi del giardino di Dio lo eguagliavano in bellezza. Ho reso la sua bellezza dalla moltitudine dei suoi rami, e tutti gli alberi dell’Eden che erano nel giardino di Dio lo invidiavano (Ezechiele 31:4, 7-9)

Da questi passi è evidente che quando le genti più antiche paragonavano l’uomo o le cose inerenti l’uomo ad un giardino, aggiungevano le acque e i fiumi da cui poteva essere irrigato, e per queste acque e fiumi, si intendono le cose che potevano favorirne la crescita.

109. Che, sebbene la sapienza e l’intelligenza appaiano nell’uomo, esse appartengono, come è stato detto, solo al Signore, è chiaramente affermato in Ezechiele per mezzo di analoghe rappresentazioni:

Ecco, le acque sgorgano da sotto la soglia del tempio verso oriente, perché la facciata del tempio dà a oriente. Ed egli disse: Queste acque sgorgano lungo la riva verso oriente, scendono in pianura, e sfociano nel mare, ed essendo condotte in mare, le acque saranno purificate. E avverrà che ogni essere vivente che attraverserà l’acqua dei fiumi vivrà. E da una riva all’altra del fiume vi saranno alberi da frutto in abbondanza, le cui foglie non cadranno, né i frutti cesseranno; ma si rinnoveranno nella loro stagione, perché queste sue acque sgorgano dal santuario, e il suo frutto sarà di nutrimento, e le foglie per medicina (Ezechiele 47:1, 8-9, 12)

Qui il Signore è inteso per l’oriente e il santuario da cui le acque ed i fiumi sgorgano. Allo stesso modo in Giovanni:

Egli mi mostrò un fiume d’acqua viva, brillante come cristallo, che sgorgava dal trono di Dio e dell’agnello. Nel mezzo della via e del fiume da una riva all’altra, vi era l’albero della vita, che porta dodici frutti, uno per ogni mese; e le foglie dell’albero servivano per la guarigione delle nazioni (Apocalisse 22:1-2)

110. Versetti 11, 12. Il nome del primo è Pison; esso scorre attorno a tutta la regione di Avila, dove c’è l’oro. E l’oro di quella terra è fine. Vi è la resina odorosa e la pietra d’onice. Il primo fiume, Pison, significa l’intelligenza della fede che procede dall’amore. La terra d’Avila significa la mente. L’oro, significa il bene. La resina odorosa e la pietra d’onice significa la verità. L’oro è menzionato due volte perché significa il bene dell’amore ed il bene della fede che procede dall’amore. La resina odorosa e la pietra d’onice significano rispettivamente, la verità dell’amore e la verità della fede che procede dall’amore. Tale è l’uomo celeste.

111. È questione molto difficile descrivere queste cose nel loro senso interiore, perché oggi nessuno sa cosa si intenda per fede che procede dall’amore, e per sapienza e intelligenza da lì discendenti. Perché gli uomini esteriori non hanno cognizione di altro se non di ciò che attingono dalle conoscenze di cui hanno memoria, che essi chiamano intelligenza, saggezza e fede. Essi non sanno nemmeno cosa sia l’amore, e molti ignorano anche cosa sia la volontà e l’intelletto, e credono che essi costituiscano una sola mente. E nondimeno, ognuna di queste cose è distinta, sì, assolutamente distinta. E il cielo universale è ordinato dal Signore in una maniera eminentemente distinta a seconda delle differenze dell’amore e della fede, che sono innumerevoli.

112. Deve essere noto inoltre che non vi è alcuna sapienza che non proceda dall’amore e, di conseguenza, dal Signore. Né alcuna intelligenza se non dalla fede, quindi anch’essa dal Signore. E che non vi è alcun bene, se non dall’amore e, di conseguenza, dal Signore. E nessuna verità se non dalla fede, quindi, dal Signore. Quelle che non sono dall’amore e dalla fede, e quindi dal Signore, sono invero definite con questi nomi, ma sono spurie.

113. Niente è più ricorrente nella Parola che il bene della sapienza o dell’amore rappresentato con l’oro. L’oro nell’arca, nel tempio, nella tavola, nel candeliere, nei vasi, e sulle vesti di Aronne, significa e rappresenta il bene della sapienza o dell’amore. Quindi, anche nei profeti, come in Ezechiele:

Con la tua sapienza e intelligenza hai raggiunto le tue ricchezze, e hai arricchito di oro e argento i tuoi tesori (Ez. 28:4)

dove è affermato chiaramente che dalla sapienza e dall’intelligenza provengono oro e argento ovvero il bene e il vero, perché per argento si intende qui la verità, come anche nell’arca e nel tempio. In Isaia:

Una moltitudine di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa. Tutti verranno da Saba, e porteranno oro e incenso, e canteranno le lodi di Jehovah (Isaia 60:6)

E ancora:

I savi da oriente, che giunsero alla nascita di Gesù, si prostrarono e lo adorarono. E quando aprirono i loro scrigni, presentarono a lui i doni: oro, incenso e mirra (Matteo 2:1, 11)

Anche qui oro significa bene, incenso e mirra, le cose che sono gradevoli in quanto procedenti dall’amore e dalla fede, e che sono quindi chiamate le lodi di Jehovah. Perciò si dice in Davide:

Egli vivrà, e gli sarà dato dell’oro di Saba. Saranno a lui elevate preghiere, sempre; e ogni giorno sarà benedetto (Salmo 72:15)

114. La verità della fede è significata e rappresentata nella Parola dalle pietre preziose, così pure dalle pietre incastonate nel pettorale del giudizio, e sull’efod che Aronne indossava sulle spalle. Nel pettorale oro blu, cremisi lucente, lino scarlatto doppia tinta, lino fine-ritorto rappresentano cose inerenti l’amore. E le pietre preziose, quelle inerenti la fede, dall’amore; così pure le due pietre del memoriale sulle giunture omerali dell’efod, che erano pietre di onice, incastonate nell’oro (Esodo 28:9-22). Tale significato delle pietre preziose, è anche evidente in Ezechiele, dove, parlando di un uomo dotato di beni celesti, che sono sapienza e intelligenza, si dice:

Pieno di sapienza, e perfetto in bellezza, tu sei stato in Eden, il giardino di Dio. I tuoi indumenti erano adorni di ogni pietra preziosa, rubino, topazio, diamante, berillo, onice, diaspro, zaffiro, crisoprasio, smeraldo e oro. La manifattura di castoni e legature era in te; nel giorno in cui fosti creato essi furono preparati; tu eri perfetto nei tuoi lineamenti dal giorno in cui fosti creato (Ez. 28:12-13, 15)

da queste parole deve essere chiaro a tutti che qui non si intendono le pietre, bensì le cose celesti e spirituali della fede; sì, ogni pietra rappresenta un determinato principio della fede.

115. Quando le genti più antiche parlavano di terre comprendevano quale fosse il significato, esattamente come coloro che oggi hanno cognizione del fatto che per la terra di Canaan e il monte Sion si intende il cielo; dunque essi non pensano al terreno o alla montagna quando questi luoghi sono menzionati, ma solo alle cose che essi significano. È così anche per la terra di Avila, che è menzionata in Genesi 25:18, dove si dice dei figli di Ismaele, che essi abitarono da Avila fino a Shur, che precede l’Egitto, andando verso l’Assiria. Coloro che sono nelle idee celesti percepiscono da queste parole, nient’altro che l’intelligenza e ciò che fluisce dall’intelligenza. Così, per circondare – termine usato in relazione al fiume Pison, di cui si dice che circonda tutto il paese di Avila – essi percepiscono il fluire all’interno. Così pure per le pietre di onice sull’Efod indossato sulle spalle di Aronne, di cui è detto che sono incastonate nell’oro (Esodo 28:11), essi percepiscono che il bene dell’amore deve influire nella verità della fede. E così in molti altri passi.

116. Versetto 13. Il nome del secondo è Gihon; esso scorre attorno alla regione di Cush. Il secondo fiume che si chiama Gihon significa la conoscenza di tutte le cose che appartengono al bene e alla verità, ovvero all’amore e alla fede; e la terra di Cush significa la mente. La mente è costituita dalla volontà e dall’intelletto. Ciò che si dice del primo fiume si riferisce alla volontà, e ciò che si dice di quest’ultimo, all’intelletto, di cui fanno parte le conoscenze del bene e della verità.

117. La terra di Cush, o l’Etiopia, inoltre, abbondava in oro, pietre preziose, e spezie che, come detto in precedenza, significano rispettivamente bene, verità, e le cose da lì derivate, quali le conoscenze dell’amore e della fede. Questo è evidente dai passi sopra citati (n. 113) da Is. 60:6; Matt. 2:1, 11; Sal. 72:15. Che simili cose siano significate nella Parola da Cush o Etiopia, e anche da Saba, si evince dai profeti, come in Sofonia, dove anche i fiumi di Cush sono citati:

Al mattino darà il suo giudizio alla luce, perché allora mi rivolgerò al popolo con un linguaggio chiaro, affinché tutti invochino il nome di Jehovah, e lo servano offrendo la spalla. Dal passaggio dei fiumi di Cush i miei devoti porteranno le loro offerte (Sof. 3:5, 9-10)

E in Daniele, parlando del re del settentrione e del mezzogiorno:

Egli avrà potestà sui tesori d’oro e d’argento, e su tutte le cose desiderabili d’Egitto. I Libici e gli Etiopi saranno al suo seguito (Dan. 11:43)

ove Egitto indica le conoscenze esteriori, ed Etiopi le conoscenze.

[2] Così, in Ezechiele:

I mercanti di Saba e Raama, questi erano i tuoi mercanti, a capo dei commerci di tutte le spezie, di ogni pietra preziosa, e dell’oro (Ez. 27:22)

con i quali, allo stesso modo, sono intese le conoscenze della fede. Così in Davide, parlando del Signore, e conseguentemente, dell’uomo celeste:

Nei suoi giorni fiorisca la giustizia e la pace in abbondanza fino a quando non ci sarà la luna. I re di Tarsis e delle isole portino doni. I re di Saba e di Seba offrano un dono (Sal. 72:7, 10)

Queste parole, come è chiaro dalla loro correlazione con i passi precedenti e successivi, significano le cose celesti della fede. Analogo significato è attribuito alla regina di Saba, che andò da Salomone, prospettò questioni complesse, e portò in dono spezie, oro e pietre preziose (1 Re 10:1, 2). Perché tutte le cose contenute nella parte storica della Parola, così come nei profeti, significano, rappresentano, e implicano arcani.

118. Versetto 14. Il nome del terzo è Tigri; esso scorre a est verso l’Assiria. E il quarto è l’Eufrate. Il fiume Tigri è la ragione, o la lucidità della ragione. Assur è la mente razionale, il fiume che scorre a est verso Assur significa che la lucidità della ragione viene dal Signore attraverso l’uomo interno, nella mente razionale, che è l’uomo esterno. Phrath o Eufrate, sono le conoscenze esteriori, che sono le ultime.

119. Che Assur significhi la mente razionale, o logica dell’uomo, si evince dai profeti, come in Ezechiele:

Ecco, Assur era un cedro del Libano, dai bei rami, dalle fronde ombrose ed elevato in altezza. E la sua chioma si stagliava tra fitti rami. Le acque alimentavano la sua crescita, le acque profonde lo innalzavano. Il fiume scorreva attorno (Ez. 31:3-4)

La mente razionale è chiamata cedro del Libano, la chioma tra i fitti rami rappresenta le conoscenze esteriori, che sono in questa condizione. Questo è ancora più chiaro in Isaia:

In quel giorno ci sarà una strada dall’Egitto all’Assiria, e l’Assiria entrerà in Egitto, e l’Egitto in Assiria, e gli Egiziani saranno al servizio dell’Assiria. In quel giorno Israele sarà terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra, affinché Jehovah Sebaoth li benedica, dicendo: Benedetto sia l’Egitto mio popolo, l’Assiria opera delle mie mani e Israele mia eredità (Isaia 19:23-25)

Con il termine Egitto in questo e vari altri passi si intendono le conoscenze esteriori, la mente razionale per Assiria, e l’intelligenza per Israele.

120. Come per Egitto così anche per Eufrate, sono intese le conoscenze esteriori ovvero quelle appartenenti alla memoria, e anche le cose sensuali da cui queste conoscenze discendono. Questo è evidente dalla Parola, nei profeti, come in Michea:

La mia nemica ha detto, Dov’è il Signore tuo Dio? Il giorno in cui egli costruirà le tue mura, quel giorno i confini saranno ampliati. Quel giorno egli giungerà da Assur, alle città d’Egitto, e al fiume [Eufrate] (Michea 7:10-12)

Così si espressero i profeti riguardo alla venuta del Signore che avrebbe rigenerato l’uomo in modo che egli potesse diventare come un uomo celeste. In Geremia:

Perché ti inoltri per le vie dell’Egitto, a bere le acque di Sihor? Perché ti inoltri per le vie di Assur, a bere le acque del fiume [Eufrate]? (Ger 2:18),

dove Egitto e Eufrate significano indistintamente le conoscenze appartenenti alla memoria, e Assur i ragionamenti che di lì discendono. In Davide:

Tu hai sradicato una vite dall’Egitto. Hai scacciato le nazioni. Tu le hai trapiantate. Tu hai inviato i loro germogli fino al mare, ed i suoi ramoscelli al fiume [Eufrate] (Sal 80:8, 11)

dove Eufrate significa ciò che è sensuale e appartiene alla memoria. Perché l’Eufrate segna il confine tra i domini di Israele verso l’Assiria, così come le conoscenze presenti nella memoria segnano il confine dell’intelligenza e della sapienza dell’uomo spirituale e celeste. La stessa cosa è intesa da ciò che è stato detto ad Abramo:

Alla tua discendenza darò questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate (Gen. 15,18)

Questi due termini hanno un simile significato.

121. La natura dell’ordine celeste, ovvero come procede la vita, è evidente da questi fiumi, vale a dire dal Signore, che è l’Oriente e che da lui procede la sapienza, attraverso la sapienza l’intelligenza, attraverso l’intelligenza la ragione, e per mezzo della ragione le conoscenze presenti nella memoria sono vivificate. Questo è l’ordine della vita, e tali sono gli uomini celesti, e poiché gli anziani d’Israele rappresentano gli uomini celesti, essi erano chiamati savi, intelligenti ed eruditi (Dt 1:13, 15). Perciò si dice di Bezaleel, che costruì l’arca, che era:

Pieno dello spirito di Dio, in sapienza, intelletto, e conoscenza, e nell’esecuzione di ogni opera (Es. 31:3; 35:31, 36:1-2)

122. Versetto 15. Jehovah Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, affinché lo coltivasse e si prendesse cura di esso. Per il giardino di Eden sono intese tutte le cose dell’uomo celeste, come descritte. Per, coltivare e prendersi cura di esso, si intende che gli è permesso godere di tutte queste cose, ma non di possederle come sue proprie, perché appartengono al Signore.

123. L’uomo celeste riconosce, in quanto percepisce che tutte le cose, sia in generale, sia in particolare, sono del Signore. Anche l’uomo spirituale riconosce questa materia, ma con la bocca, perché ha imparato ciò dalla Parola. L’uomo mondano e corporeo non riconosce né ammette che le cose stiano così. Ma tutto quello che egli ha presso di sé, lo chiama proprio, e immagina che qualora dovesse perdere tale possesso, egli perirà comunque.

124. Che la sapienza, l’intelligenza, la ragione e la conoscenza non sono dell’uomo, ma del Signore, è chiaramente evidente da tutto ciò che il Signore ha insegnato, come in Matteo, dove il Signore si paragona al padrone di casa che piantò una vigna, la circondò con una siepe e la affidò ai vignaioli (21:33), e in Giovanni:

Lo Spirito di verità vi guiderà alla verità tutta intera; perché egli non parlerà da se stesso, ma ogni cosa che avrà udito la dirà. Egli mi glorificherà, perché riceverà del mio e lo annunzierà a voi (Giovanni 16:13-14)
Un uomo non può ricevere nulla se non gli è stato dato dal cielo (Giovanni 3:27)

Che ciò sia realmente così è noto a tutti coloro che sono a conoscenza anche solo di pochi arcani del cielo.

125. Versetto 16. E Jehovah Dio diede un comando all’uomo, dicendo: Puoi mangiare di ogni albero del giardino. Per, mangiare di ogni albero, si intende conoscere, in virtù della percezione, ciò che è bene e vero; perché, come prima è stato illustrato, albero significa percezione. Gli uomini della chiesa più antica avevano le conoscenze della vera fede per mezzo di rivelazioni, perché essi conversavano con il Signore e con gli angeli, ed erano inoltre istruiti per mezzo di visioni e sogni, che erano sommamente gradevoli e paradisiache. Avevano dal Signore la percezione continua, in modo che quando riflettevano su ciò che era custodito nella memoria percepivano immediatamente se si trattava di cose appartenenti al bene ed alla verità, tanto che quando appariva alcunché di falso, essi non solo lo evitavano, ma addirittura lo consideravano con orrore: tale è lo stato degli angeli. In luogo di questa percezione della chiesa più antica, tuttavia, è succeduta in seguito la conoscenza del bene e del vero, da ciò che era stato in precedenza rivelato, e poi da ciò che è stato rivelato nella Parola.

126. Versetto 17. Ma dell’albero della conoscenza del bene e del male, tu non dovrai mangiarne; perché nel giorno in cui ne mangerai tu morirai. Queste parole, unitamente a quelle appena illustrate, significano che è consentito addentrarsi nella conoscenza della verità e del bene per mezzo di ogni percezione che procede dal Signore, piuttosto che da sé stessi e dal mondo; cioè a dire che non si devono indagare i misteri della fede attraverso le percezioni dei sensi e ciò che si attinge dalla memoria perché così facendo la fede celeste è distrutta.

127. Il desiderio di indagare i misteri della fede attraverso le percezioni dei sensi e ciò che si attinge dalla memoria non fu soltanto la causa della caduta della posterità della chiesa più antica, di cui si tratterà nel seguente capitolo, ma è anche la causa della caduta di ogni chiesa; perché di lì discendono non solo le falsità, ma anche i mali della vita.

128. L’uomo mondano e corporeo dice in cuor suo, se non sono istruito nella fede, e in tutto ciò che la riguarda, attraverso le percezioni dei sensi, in modo che io possa vedere, o per mezzo delle cose appartenenti alla memoria così che io possa comprendere, non potrò credere. Ed egli conferma questo convincimento persuadendosi che le cose naturali non possono essere contrarie a quelle spirituali. Così egli è desideroso di essere istruito mediante le percezioni dei sensi in ciò che è celeste e Divino, il che è impossibile come lo è per un cammello passare attraverso la cruna di un ago. Quanto più egli aspiri ad accrescere la propria sapienza, mediante tali mezzi, tanto più acceca se stesso, finché alla fine non ha nessuna fede, neppure crede che vi sia qualcosa di spirituale, o che la vita eterna esista. Questo deriva dall’assunto che egli ha fatto proprio, cioè mangiare dei frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male dei quali più ci si nutre, più ci si approssima alla morte. Viceversa, colui che desidera essere savio dal Signore, e non dal mondo, sostiene in cuor suo che si debba avere fede nel Signore, cioè, nelle cose che il Signore ha affermato nella Parola, perché esse sono verità. E secondo questo principio disciplina i suoi pensieri. Egli conferma ciò nelle cose della ragione, della conoscenza, dei sensi, e della natura, e quelle che non sono compatibili sono spazzate via.

129. Ciascuno può sapere che l’uomo è governato dai principi che egli fa propri, ancorché essi siano falsi, e che ogni sua cognizione ed ogni ragionamento asseconda quei principi. Perché innumerevoli considerazioni tendono a sostenerli presentandosi alla sua mente, di conseguenza egli si conferma in ciò che è falso. Pertanto, colui che fa proprio il principio secondo cui non si debba credere in nulla che non si possa vedere né comprendere, questi non potrà mai credere nelle cose spirituali e celesti, le quali non possono essere viste con gli occhi, o concepite dall’immaginazione. Ma l’ordine autentico è che l’uomo sia savio dal Signore, cioè attraverso la sua Parola e quindi da tutte le cose che di lì procedono, e che sia illuminato anche nelle questioni della ragione e nelle conoscenza presenti nella memoria. Perché non è affatto vietato apprendere le scienze, dal momento che sono utili alla sua vita e piacevoli. Né è proibito, a colui che è nella fede, di pensare ed esprimersi secondo la conoscenza del mondo. Ma ciò deve avvenire nel rispetto di questo principio, credere alla Parola del Signore e, per quanto possibile, confermare le verità spirituali e celesti per mezzo delle verità naturali, in una modalità che risulti familiare presso il mondo erudito. Il punto di partenza quindi deve essere il Signore e non sé stessi, perché il primo è la vita, mentre l’altro è la morte.

130. Chi desidera essere saggio dal mondo ha per suo giardino le percezioni dei sensi e le conoscenze presenti nella memoria. L’amore di sé e l’amore del mondo sono il suo Eden. Il suo oriente è l’occidente, ovvero se stesso. Il suo fiume Eufrate è tutta la sua conoscenza attinta dalla memoria, che è oggetto di condanna. Il suo secondo fiume dove si trova l’Assiria è il ragionamento fatuo produttivo di falsità. Il suo terzo fiume, dove è l’Etiopia sono i principi del male e del falso di lì derivanti, che sono le conoscenze della sua fede. Il suo quarto fiume è la saggezza di lì discendente, che nella Parola si chiama magia. E quindi l’Egitto – che significa le conoscenze attinte dalla memoria – dopo che la conoscenza è diventata gioco di prestigio, rappresenta un tale uomo, perché, come si può vedere dalla Parola, questi desidera essere saggio da se stesso. Di tale uomo è scritto in Ezechiele:

Così dice Jehovih il Signore, ecco, io sono contro di te, Faraone, re d’Egitto, la grande balena che giace nel mezzo del fiume, che ha detto, il fiume è mio, e io l’ho fatto per me stesso. E la terra d’Egitto sarà arida e desolata, ed essi sapranno che io sono l’Eterno, a causa di colui che ha detto: Il fiume è mio, e io l’ho fatto (Ez 29:3, 9)

Tali uomini sono chiamati anche alberi dell’Eden all’inferno, nello stesso profeta, dove viene citato anche Faraone, o l’Egiziano, in questo passo:

Quando lo avrò fatto precipitare all’inferno con i suoi che si inabissano nel baratro; a chi vorrà essere messo al cospetto per gloria e magnificenza tra gli alberi dell’Eden? Anche tu sarai precipitato insieme con gli alberi dell’Eden nella terra inferiore, in mezzo agli incirconcisi, con i trafitti di spada. Questo è Faraone e tutta la sua gente (Ezechiele 31:16, 18)

dove gli alberi dell’Eden indicano le conoscenze dalla Parola, che essi profanano attraverso ragionamenti.