Archivio mensile:aprile 2018

Divina Provvidenza (70-99)

Vi sono leggi della Divina Provvidenza che sono ignote agli uomini

70. Che vi sia una Divina Provvidenza, è noto, ma quale essa sia, non si sa. Se non si sa quale sia la Divina Provvidenza è perché le sue leggi sono segrete, e fino ad ora sono state riposte nella sapienza degli angeli; ma ora debbono essere disvelate, affinché si attribuisca al Signore ciò che gli appartiene. Infatti, nel mondo i più attribuiscono tutto e se stessi e alla propria prudenza; e quelle cose che non possono attribuirsi, le chiamano fortuite e contingenti, non sapendo che la prudenza umana è nulla, e che il fortuito e il contingente sono parole vane. Si è detto che le leggi della Divina Provvidenza sono segrete e sono state riposte nella sapienza degli angeli in virtù del fatto che nel mondo cristiano la capacità d’intendere le cose Divine è stata annichilita dalla religione, e quindi in queste cose l’intelletto è diventato così ottuso e renitente che l’uomo non ha potuto, perché non ha voluto, o non ha voluto, perché non ha potuto comprendere altro riguardo alla Divina Provvidenza, se non che essa esiste, o esaminare con il ragionamento se essa esiste o non esiste, se essa è soltanto universale o anche particolare. L’intelletto impedito dalla religione, non ha potuto spingersi più oltre nelle cose Divine. Ma, essendo stato riconosciuto dalla chiesa che l’uomo non può da se stesso fare il bene, che in sé sia il bene, né da se stesso pensare la verità che in sé sia la verità, essendo questa materia intimamente connessa con la Divina Provvidenza, il credere in uno di questi punti dipende dal credere negli altri. Affinché tali punti non siano negati, è necessario rivelare cosa sia la Divina Provvidenza; ma ciò non può essere rivelato se non si scoprono le leggi per le quali il Signore provvede a ispirare la volontà e l’intelletto dell’uomo e a governarli. Queste leggi svelano cosa sia la Divina Provvidenza, e colui che conosce quale essa è, quegli e non altri la può riconoscere, perché allora egli la vede. Questa è la ragione per cui le leggi della Divina Provvidenza, finora riposte nella sapienza degli angeli, vengono ora rivelate. Continua a leggere

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La religione del buon senso

Dialogo nono

Prove della redenzione

Giammai rivoluzione più completa si era fatta nelle idee del notaio. In pochi giorni tutti gli enigmi che occupavano il suo pensiero erano stati sciolti con sua piena soddisfazione. La morale aveva per lui una base reale; egli capiva per un’esperienza incontestabile che il bene non è un’inclinazione, ma una riforma; il Libro sacro dava garanzia a questo punto di vista. La Bibbia si presentava agli occhi suoi come la storia dell’uomo allontanato da Dio e ricongiunto a lui. Simboli magnifici surrogavano nella sua mente le figure inesplicabili del senso letterale. Poteva contemplare l’altro mondo senza abbagliarsi, aiutandosi con la ragione naturale, dicendo che il Creatore non aveva due misure, che era lo stesso Dio per i due mondi. Le forme spirituali non gli davano più le vertigini. Quella Trinità di persone che allontana tanta gente dal Cristianesimo teorico, non era più un mistero per lui. Tre nomi dati a tre attributi d’una sola persona gli pareva la cosa pia naturale del mondo. Non v’era dunque altro che lo imbarazzasse fuorché quella persona misteriosa senza la quale non vi è redenzione. Credendo di finirla con due domande, al più, maestro Tessier giunse tutto sollecito in casa del sig. Lanoue; e, provando a riassumere più brevemente che fosse possibile per ottenere una risposta precisa e chiara: Non vie più nulla, gli disse, che ora mi tormenti, all’infuori di questa carne che la Verità Divina ha assunto. Continua a leggere

Divina Provvidenza (46-69)

La Divina Provvidenza del Signore guarda all’infinito e all’eterno in tutto ciò che compie

46. Nel mondo cristiano è noto che Dio è infinito ed eterno, poiché nella dottrina della Trinità – che prende il suo nome da Atanasio – si dice che Dio Padre è infinito, eterno ed onnipotente, così come Dio Figlio e Dio Spirito Santo. Ciononostante non vi sono tre esseri infiniti, eterni e onnipotenti, ma Uno solo. Quindi, poiché Dio è infinito ed eterno, si può attribuire a Dio soltanto ciò che è infinito ed eterno. Tuttavia, l’infinito e l’eterno non possono essere compresi dal nostro intelletto di esseri limitati; eppure nello stesso tempo possiamo comprenderli. Non possono essere compresi, perché ciò che è finito non è capace di concepire l’infinito; ma al contempo possono essere compresi tramite idee astratte, grazie alle quali si può vedere che certe cose esistono, pur non potendo definire con precisione la loro natura. Esistono certe idee intorno all’infinito, ad esempio che Dio, poiché è infinito, o che il Divino, in quanto è infinito, è l’Essere stesso; che egli è l’essenza e la sostanza in sé; che in se stesso è l’amore e la sapienza, il bene e la verità, o meglio, che egli è l’Uomo nella sua essenza. E ancora, se si afferma che l’infinito è il tutto, allora l’infinita sapienza è l’onniscienza, e l’ infinita potenza è l’onnipotenza.

[2] Tuttavia questi concetti si perdono negli oscuri recessi del pensiero, e per la loro stessa incomprensibilità possono precipitare nella negazione e nello scetticismo, se tali idee non vengono liberate da quegli elementi che il pensiero trae dal mondo materiale; soprattutto da quelle caratteristiche, proprie al mondo materiale, chiamate spazio e tempo. Tali cose non possono che porre limiti ai nostri concetti, e far sì che i concetti astratti appaiano non avere alcun valore. Nondimeno, se ci si può liberare da queste categorie, come fanno gli angeli, l’infinito può essere compreso per mezzo di ciò che si è detto più sopra. Quindi è anche possibile comprendere che l’uomo esiste realmente, poiché è stato creato da Dio infinito, che è il tutto; che 1,’uomo è una sostanza finita, perché è stata creata da Dio infinito, che è la sostanza stessa; che l’uomo è sapienza, in quanto è stato creato da Dio infinito, che è la sapienza stessa, e così via. Se Dio infinito non fosse il tutto, e non fosse la sostanza stessa e la sapienza stessa, l’uomo non sarebbe reale, o non sarebbe niente, o sarebbe soltanto un’idea di esistenza, come affermano quei sognatori chiamati “idealisti.”

[3] Da ciò che abbiamo mostrato in Divino Amore e Divina Sapienza, è evidente che la Divina essenza è l’amore e la sapienza (nn. 28-39); che il Divino amore e la Divina sapienza sono la sostanza stessa e la forma stessa, e che il Divino amore e la Divina sapienza sono sostanza e forma in se stesse e da se stesse, quindi sono lo “Stesso” e “Unico” in sé (nn. 40-46). Dio ha dunque creato da se stesso, e non dal nulla, l’universo e tutte le cose dell’universo (nn. 282-284). Ne consegue che tutto il creato, e sopratutto l’uomo, ed in lui l’amore e la sapienza, sono reali, e non solo un’idea. Se Dio non fosse infinito, non vi sarebbe il finito; se l’infinito non fosse il tutto, non vi sarebbe nulla; e se Dio non avesse creato da se stesso tutte le cose, non esisterebbe niente di reale, non vi sarebbe nulla. In poche parole, noi siamo perché Dio è. Continua a leggere

Divina Provvidenza (27-45)

La Divina Provvidenza del Signore ha per fine un cielo formato del genere umano

Che il cielo non sia formato da angeli creati fin dal principio, e che l’inferno non provenga da qualche diavolo che, creato come angelo di luce, sia stato precipitato dal cielo, ma che il cielo e l’inferno provengano dal genere umano — il cielo da coloro che sono nell’amore del bene e quindi nell’intelligenza della verità, e l’inferno da coloro che sono nell’amore del male e quindi nell’intelligenza della falsità — è un fatto a me noto e provato grazie ad una frequentazione di lunga durata con gli angeli e gli spiriti. (Intorno a questo soggetto, si veda anche ciò che è stato esposto nel trattato Cielo e inferno, dal n. 311 al n. 316, nonché ciò che è stato detto nell’opuscolo Ultimo Giudizio, dal n. 14 al n. 27; e in Continuazione sull’Ultimo Giudizio e sul mondo spirituale). Ora, poiché il cielo proviene dal genere umano, ed esso è la coabitazione col Signore per l’eternità, ne consegue che il cielo è stato per il Signore il fine della creazione; e poiché è stato il fine della creazione, esso è anche il fine della sua Divina Provvidenza. Il Signore non ha creato l’universo per sé, ma per coloro con i quali vuole essere nel cielo, poiché l’amore spirituale è tale che vuol dare ad altri il suo, e per quanto possibile, è altrettanto presente nel suo essere, nella sua pace e della sua beatitudine. L’amore spirituale deriva ciò dall’Amore Divino del Signore, che è a lui simile, ma ad un grado infinito. Ne consegue che l’Amore Divino, e quindi la Divina Provvidenza, ha per fine un cielo composto da uomini divenuti angeli, e che divengono angeli, a cui il Signore possa dare tutte le beatitudini e le felicità che appartengono all’amore ed alla sapienza, in virtù della presenza di se stesso in loro. Egli non può altrimenti, perché la sua immagine e somiglianza sono presenti in essi fino dalla creazione; la sua immagine è la sapienza, e la sua somiglianza è l’amore; ed il Signore in essi è l’amore unito alla sapienza, e la sapienza unita all’amore; ovvero, in altri termini, il bene unito alla verità e la verità unita al bene. Di questa unione abbiamo già trattato nel paragrafo precedente. Tuttavia, siccome si ignora cosa sia il cielo in generale ovvero presso molti, e cosa nel particolare, ovvero in un individuo, e si ignora cosa sia il cielo nel mondo spirituale e cosa nel mondo naturale, e nondimeno, è necessario saperlo, perché il cielo è il fine della Divina Provvidenza, desidero chiarire l’argomento in questo ordine:

I. Il cielo è l’unione col Signore.

II. L’uomo, fin dalla sua creazione, è capace di congiungersi sempre più al Signore.

III. Quanto più l’uomo si congiunge al Signore, tanto più diviene savio.

IV. Quanto più l’ uomo si congiunge al Signore, tanto più diviene felice.

V. Quanto più l’ uomo si congiunge al Signore, tanto più distintamente realizza la propria identità, e tanto più chiaramente si accorge di appartenere al Signore. Continua a leggere

Divina Provvidenza (16-26)

16. VII. Il Signore non tollera che alcuna cosa sia divisa; perciò ogni cosa deve essere nel bene e allo stesso tempo nella verità, o nel male e allo stesso tempo nella falsità.

La Divina Provvidenza del Signore si prefigge principalmente che l’uomo sia nel bene ed in pari tempo nella verità, e si adopera per questo fine, poiché l’uomo è il suo bene e il suo amore, ed altresì la sua verità e la sua sapienza. Infatti grazie a ciò l’uomo è uomo, poiché è ad immagine del Signore; tuttavia, mentre vive nel mondo, l’uomo può essere nel bene ed allo stesso tempo nella falsità, e può anche essere nel male ed allo stesso tempo nella verità, ed essere nel male e in pari tempo nel bene, come diviso in se stesso. Poiché questa divisione distrugge l’immagine di Dio nell’uomo e di conseguenza l‘uomo stesso, la Divina Provvidenza del Signore si adopera in tutte ed in ciascuna delle sue operazioni affinché questa divisione non avvenga; e siccome è meglio per l’uomo essere nel male e nello stesso tempo nella falsità, piuttosto che essere nel bene e contemporaneamente nel male, il Signore permette che l’uomo si trovi in quello stato, non per sua volontà, non potendosi a ciò opporre in vista del fine, che è la salvezza. L’uomo può essere nel male ed allo stesso tempo nella verità, e il Signore non vi si oppone a motivo del fine, che è la salvezza, perché l’intelletto dell’uomo si può elevare nella luce della sapienza e scorgere le verità, o riconoscerle allorché le ode, mentre il suo amore resta in basso. In tal modo l’uomo può trovarsi con l’intelletto nel cielo, ma con l’amore nell’inferno. Non si può impedire all’uomo di essere tale, perché non gli si possono togliere le due facoltà per le quali egli è uomo e si distingue dalle bestie, e solo grazie alle quali può essere rigenerato e in questo modo salvato: la ragione e la libertà, in virtù delle quali l’uomo può agire secondo la sapienza, ed agire altresì secondo un amore che non appartiene alla sapienza. In virtù della sapienza, dall’alto è in grado di riconoscere l’amore che è in basso, e così i pensieri, le intenzioni, i desideri, di conseguenza i mali e le falsità, ed anche i beni e le verità della sua vita e della sua dottrina, senza la cui conoscenza e consapevolezza in se stesso egli non è in grado di riformarsi. Di queste due facoltà abbiamo già trattato, ed in seguito se ne dovrà ancora trattare. Questa è la ragione per cui l’uomo può essere nel bene e nello stesso tempo nella verità, così come nel male ed insieme nella falsità; e può essere nel bene ed in pari tempo nella falsità, ed ancora nel male e nel bene, alternativamente. Continua a leggere

La religione del buon senso

Dialogo ottavo

Gesù Cristo unico Dio. Suo secondo avvento.

Il notaio, trasportato dalla sua curiosità, era andato con le sue domande molto più oltre di quel che avrebbe voluto. Egli non sapeva più come dovesse abbordare il sig. Lanoue, da cui aveva tuttavia ancora molte cose da imparare. Temeva d’essere biasimato per le sue stanchevoli escursioni nel mondo spirituale dal momento che, conoscendo la vera via, aveva sempre qualche motivo per differire la sua nuova vita. Infine si recò dal savio all’ora consueta; ed entrando subito in materia: “É assolutamente necessario, gli disse, che voi, sig. Lanoue, abbiate la compiacenza di ritornare con me sopra alcuni enigmi che mi rimangono da sciogliere. Dopo avermi convinto della necessita della Redenzione bisogna, mi pare, che fortifichiate la mia fede verso la persona del Redentore. Non c’è cristianesimo senza Cristo, come volete che io pratichi la religione se non conosco colui che la insegna?

Sig. Lanoue. La vostra domanda è giustissima. Cominciate dunque, vi ascolto.

Maestro Tessier. Vi confesserò che la Trinità mi ha sempre molto confuso: tre attori diversi nella scena del mondo, che attesta semplicemente un solo Autore; tre volontà, quando ogni con mi indica che non ve ne può essere più di una; infine, una delle persone Divine si è sacrificata per placare lo sdegno dell’altra; tutto ciò mi offusca, malgrado la luce che voi avete fatto risplendere fra le nebbie del mio pensiero. Continua a leggere

La religione del buon senso

Dialogo settimo – parte seconda

Teoria delle forme spirituali

Maestro Tessier. Le forme che si vedono nel pensiero sono viste dagli occhi della mente, che gode realmente della vista. Se la vostra spiegazione, mio caro amico, fosse attentamente considerata da persone profonde, queste acquisirebbero una particolare conoscenza. L’immaterialità dell’anima potrebbe essere spiegata in modo palpabile, per così dire. Infatti, se l’anima entra dall’altro mondo in questo mondo, a maggior ragione transita da questo nell’altro mondo alla nostra morte. Pur essendo un buon cristiano, confesso che prima di conoscervi a volte avevo dei dubbi sulla mia anima, ed ero tentato di credere che tutto finisse per noi alla morte.

Sig. Lanoue. Una riflessione molto semplice vi avrebbe allontanato da queste false conclusioni. Che cosa sono, infatti, gli organi del corpo, se non strumenti atti ad eseguire fedelmente ciò che l’amore vuole e ciò che la mente pensa? Ci sono state date le gambe per andare dove si vuole; le tue mani, per afferrare ciò che si desidera; gli occhi, per vedere e le orecchie per sentire. Questi organi sono i servitori del pensiero. Vedete bene che il pensiero non può nascere da essi; sarebbe come porre il carro davanti al bestiame. L’occhio da solo non vedrebbe se l’anima non fosse in fondo al nervo ottico per afferrare l’oggetto; il vostro orecchio non sentirebbe ciò che vi ho detto, se la vostra anima non vi prestasse attenzione. Continua a leggere