Arcana Coelestia (1811-1832)

Genesi 15 (versetti 6-10)

1811. Versetto 6. Ed egli credette in Jehovah, e il Signore lo considerò nella sua giustizia. Credette in Jehovah, significa la fede del Signore a quel tempo. E il Signore lo considerò nella sua giustizia, significa che qui il Signore divenne dapprima la giustizia.

1812. Credette in Jehovah. Che questo significhi la fede del Signore a quel tempo è evidente dalle stesse parole, e anche dalle connessione delle cose nel senso interno; cioè, mentre viveva nel mondo il Signore era in continui combattimenti contro le tentazioni, tutti vittoriosi per un costante, intimo affidamento e fede, in quanto combattendo per la salvezza dell’intero genere umano, dall’amore puro, non poteva che vincere; ciò che qui s’intende per credette in Jehovah. Dall’amore con il quale chiunque combatte è nota quale sia la sua fede. Colui che combatte in ragione di qualsiasi altro amore diverso dall’amore verso il prossimo e verso il regno del Signore, non combatte dalla fede, cioè non crede in Jehovah, ma in ciò che ama, perché l’amore stesso per il quale combatte è la sua fede. Ad esempio, chi combatte dall’amore di essere il più grande nel cielo, non crede in Jehovah, ma piuttosto in se stesso; perché desiderare di essere il più grande è desiderare il dominio sugli altri; così questi combatte per il dominio; e così in tutti gli altri casi. Dunque, dall’amore stesso con cui questi combatte si può conoscere quale sia la sua fede.

[2] In tutti i suoi combattimenti contro le tentazioni il Signore non ha mai combattuto per amore di sé, o per sé, ma per tutti nell’universo; di conseguenza, non al fine di essere il più grande nel cielo, perché ciò è contrario al Divino amore; né per essere il minimo; ma solo al fine che tutti gli altri potessero essere salvati. Come egli dice in Marco:

I due figli di Zebedeo dissero: “Concedici di sedere, uno alla tua destra, e l’altro alla tua sinistra, nella tua gloria. Gesù disse: Chiunque voglia essere grande tra voi metta al vostro servizio; e
chiunque voglia essere primo tra voi, sarà servitore di tutti. Perché il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua la sua anima per la redenzione di molti (Marco 10:37, 43-45)

Questo è l’amore, ovvero questa è la fede, con la quale il Signore ha combattuto, e che qui si intende per credette in Jehovah.

1813. E il Signore lo considerò nella sua giustizia. Che questo significhi che qui il Signore sia divenuto dapprima la giustizia, può essere visto anche dalla connessione delle cose nel senso interno, in cui si tratta del Signore. Che il solo Signore divenne la giustizia per l’intero genere umano, può essere visto dal fatto che lui solo lottò dal Divino amore, vale a dire, dall’amore verso tutto il genere umana, la cui salvezza era ciò che nei suoi combattimenti desiderava unicamente e ardentemente. In quanto alla sua essenza umana, il Signore non nacque giustizia, ma divenne tale attraverso i combattimenti contro le tentazioni e le vittorie riportate in ragione del suo potere. Nella misura in cui combatté e vinse, questo gli fu imputato alla giustizia, in una continua progressione, finché divenne pura giustizia.

[2] Un uomo che è nato da un padre umano, o dal seme di un padre umano, quando combattere da se stesso non può combattere da nessun altro amore se non l’amore di sé e del mondo, quindi non dall’amore celeste, ma dall’amore infernale, perché tale è il suo carattere del suo proprio, ereditato dal padre, oltre all’indole acquisita in ragione della propria condotta. Quindi chi crede di combattere da sé stesso contro il diavolo versa in un enorme errore. Allo stesso modo chi desidera rendersi giusto da se stesso – cioè chi crede che i beni della carità e le verità della fede sono da se stesso, e di conseguenza, di merita il cielo da se stesso – agisce e pensa contro il bene e contro la verità della fede; perché è una verità di fede, cioè è la verità stessa, che è Signore che combatte. E perciò colui che agisce e pensa contro la verità della fede, porta via dal Signore che è il suo, e rende suo proprio, ciò che appartiene al Signore; ovvero, ciò che è lo stesso, si mette al posto del Signore, e in tal modo pone ciò che è infernale in se stesso. Gli uomini di questa indole desiderano diventare grandi, o i più grandi, nel cielo; e quindi credono falsamente che il Signore combatté contro gli inferni affinché essi stessi possano essere i più grandi. Il proprio dell’uomo è pervaso da fantasie tali che appaiono come se fossero verità, ma sono esattamente l’opposto.

[3] Che il Signore venne nel mondo per diventare la giustizia, e che egli soltanto è la giustizia, fu anche preannunciato dai profeti; e perciò questo poteva essere conosciuto prima della sua venuta; e anche che non poteva divenire la giustizia se non attraverso le tentazioni e le vittorie su tutti i mali e su tutti gli inferni. Come in Geremia:

Nei suoi giorni sarà salvato Giuda, e Israele abiterà in sicurezza, e questo è il nome con cui è chiamato, Jehovah, nostra giustizia (Is. 23:6)

In quei giorni e in quell’epoca susciterò in Davide un giusto germoglio; ed egli giudizio e giustizia nella terra. In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme abiterà in sicurezza; e questi è colui che chiameranno, Jehovah nostra giustizia (Ger. 33:15-16)

In Isaia:

Egli ha visto che non c’era alcun uomo; e si è meravigliato perché nessuno intercedeva. Ma il suo braccio lo ha soccorso, e la sua giustizia lo ha sostenuto. Egli ha posto la giustizia come un’armatura e sul suo capo l’elmo della salvezza (Is. 59:16-17; si veda soprattutto Is. 63:3, 5)

Il suo braccio significa il proprio potere. Poiché il Signore solo è giustizia e anche la dimora della giustizia, come è chiamato in Geremia 31:23; 50: 7.

1814. Versetto 7. Ed gli disse: Io sono Jehovah che ti ha condotto fuori da Ur dei Caldei, per darti questa terra in possesso. Ed gli disse: Io sono Jehovah, significa l’uomo interno del Signore, che era Jehovah, da cui aveva la percezione. Che ti ha condotto fuori da Ur dei Caldei, significa il primo stato dell’uomo esterno. Per darti questa terra in possesso, significa il regno del Signore, che appartiene a lui solo.

1815. Ed gli disse: Io sono Jehovah. Che questo significhi l’uomo interno del Signore, che è Jehovah e da cui aveva la percezione, si evince da ciò che è già stato detto, cioè che l’interno del Signore, cioè ciò che il Signore ha ricevuto dal Padre, era Jehovah in lui; perché egli fu concepito da Jehovah. Ciò che un uomo riceve da suo padre è una cosa, e ciò che riceve da sua madre, un’altra. Dal padre un uomo riceve tutto ciò che è interno, essendo l’anima stessa o la vita dal padre. E ciò che riceve da sua madre è tutto ciò che è esteriore. In una parola, l’uomo interiore, o lo spirito stesso, è dal padre; e l’uomo esterno, o il corpo stesso, è dalla madre. Questo ognuno può comprenderlo dal fatto che l’anima stessa è impiantata dal padre, e questa inizia a rivestirsi in una forma corporea nell’ovulo. Qualunque cosa sia aggiunta in seguito, sia nell’ovulo, sia nell’utero, è della madre, perché ogni ulteriore accrescimento non ha alcuna altra origine.

[2] Si può vedere da ciò che in quanto al suo interno il Signore era Jehovah. Ma poiché l’esterno che il Signore ricevette dalla madre, doveva essere congiunto al Divino ovvero a Jehovah, attraverso le tentazioni e le vittorie – come è stato detto in precedenza – non poteva apparire altrimenti in lui, in quegli stati, che quando parlato con Jehovah era come se parlasse con un altro; quando invece parlava con se stesso, cioè nella misura in cui era in uno stato di congiunzione. La percezione del Signore, che egli aveva nella più eccelsa perfezione al di sopra di tutti gli uomini, era dal suo interno, cioè da Jehovah, che qui s’intende nel senso interno con le parole Jehovah gli disse.

1816. Che ti ha condotto fuori da Ur dei Caldei. Che questo significhi il primo stato del suo uomo esterno, si può vedere dal significato di Ur dei Caldei. L’eredità della madre che il Signore ha ricevuto dalla nascita, è ciò che è s’intende per Ur dei Caldei. Il senso di questa espressione è stato già mostrato1. È al di fuori di questa eredità dalla madre, che fu portato ogni volta che sconfisse i mali e le falsità, cioè gli inferni.

1817. Per darti questa terra in possesso Che questo significhi il regno del Signore, che appartiene a lui solo, è evidente dal significato di terra; qui s’intende la Terra Santa o la Terra di Canaan, per il regno celeste. E anche dal significato di ereditare, di cui si è detto più volte in precedenza. Ereditare la terra, significa possedere il regno celeste, e fa riferimento all’essenza umana del Signore; perché in quanto alla sua Divina essenza, egli era il possessore dell’universo, e di conseguenza del regno celeste, dall’eternità.

1818. Versetto 8. Ed egli disse: Signore Jehovih, in che modo saprò che ne avil possesso? Ed egli disse: Signore Jehovih, significa una sorta di conversazione, dell’uomo interiore con l’interno. In che modo saprò che ne avil possesso, significa una tentazione contro l’amore per il Signore, che desiderava essere assicurato con certezza.

1819. Ed egli disse: Signore Jehovih. Che questo significhi una sorta di conversazione, dell’uomo interiore con l’uomo interno, è evidente da ciò che è stato detto nel versetto precedente in merito all’espressione Jehovah gli disse. E anche da ciò che è stato detto al versetto 2 di questo capitolo riguardo a Jehovih il Signore, che indica la conversione dell’uomo interiore con l’interno, ovvero Jehovah, specialmente quando egli era nella tentazione.

1820. In che modo saprò che ne avil possesso? Che questo significhi una tentazione contro l’amore per il Signore, che voleva che desiderava essere assicurato con certezza, può essere visto dal dubbio che è implicito nelle stesse parole. Colui che è in tentazione è in dubbio riguardo al fine in vista. Il fine in vista è l’amore, contro il quale combattono gli spiriti maligni e i geni infernali, mettendo perciò in dubbio il fine; e più grande è l’amore, più lo mettono in dubbio. Se il fine non fosse stato messo in dubbio, e questo fino alla disperazione, non vi sarebbe stata alcuna tentazione. La rassicurazione precede la vittoria, e appartiene alla vittoria.

[2] Dato che in pochi in che modo hanno luogo le tentazioni, ciò deve essere spiegato in breve. Gli spiriti maligni non combattono esclusivamente ciò che l’uomo ama; più ardente è l’amore, più strenuo è il combattimento. I genii infernali combattono contro ciò che appartiene all’affetto per il bene; e gli spiriti maligni combattono contro ciò che appartiene all’affezione per la verità. Appena notano anche la più piccola cosa che un uomo ama, o appena percepiscono il profumo di ciò che gli è più delizioso e caro, immediatamente infieriscono e profondono ogni sforzo per distruggerlo, e per annientare tutto l’uomo, perché la vita dell’uomo consiste in ciò che egli ama. Niente è più gradevole per loro che distruggere un uomo in questo modo, né mai essi desisterebbero in questo, anche per l’eternità, a meno che non siano allontanati dal Signore. Coloro che sono maligni e perfidi si insinuano in ciò che l’uomo ama, lo lusingano e lo portano così tra loro; e quando questi è con loro, cercano di distruggere ciò che egli ama, e quindi cercano di annientarlo, e questo in un migliaio di modi che non possono essere compresi.

[3] Né essi conducono il combattimento semplicemente attraverso ragionamenti contrari alla verità e al bene. Perché tali combattimenti non sono di alcun conto, dal momento che seppure fossero sconfitti un migliaia di volte, persisterebbero nella disputa, poiché i ragionamenti contro i beni e le verità rispuntano perennemente. Ed essi pervertono i beni e le verità e li bruciano con il fuoco del desiderio e della persuasione, in un modo tale che l’uomo non sa altro che egli stesso è in quel desiderio e in quella persuasione; e allo stesso tempo li avvolgono con una gioia che essi traggono dalla gioia dell’uomo trasformandola in qualcos’altro, e in questo modo essi lo infettano e infestano in modo ingannevole; e fanno questo con estrema abilità, circuendolo più volte, e se il Signore non lo aiutasse, l’uomo saprebbe mai ciò che come sono andate le cose.

[4] Essi agiscono in modo simile contro le affezioni per la verità che rendono la coscienza; non appena percepiscono qualsiasi cosa della coscienza, di qualunque genere, poi dalle falsità e dagli errori dell’uomo modellano per lui un’affezione; e per mezzo di questa gettano un’ombra sulla luce della verità e la pervertono così; oppure inducono ansia e tormento nell’uomo. Essi mantengono anche il pensiero in una sola cosa, e quindi la riempiono di fantasie; e al tempo stesso rivestono clandestinamente i desideri con le fantasie; oltre a innumerevoli artifici che non possono essere descritti in modo comprensibile. Questi sono alcuni dei mezzi, e solo i più generali, per mezzo dei quali si insinuano nella coscienza umana, perché nell’annientamento di questa al di sopra di ogni altra cosa, provano il più grande piacere.

[5] Da queste poche affermazioni, e sono davvero poche, si può vedere cosa siano le tentazioni e che sono in generale come gli amori; e da questo si può vedere quale era la natura delle tentazioni del Signore, che sono state le più terribile di tutte, perché quale è la grandezza dell’amore, tale è il terribile carattere della tentazione. L’amore del Signore era la salvezza dell’intero genere umano, ed era il più ardente; di conseguenza era la sommatoria dell’amore del bene e dell’affezione per la verità nel più alto grado. Contro questi, tutti gli inferni condussero il combattimento con le astuzie più maligne e velenose; nondimeno il Signore li conquistò tutti con il proprio potere. Le vittorie hanno quale conseguenza i genii infernali egli spiriti maligni non osano fare più nulla; perché la loro vita consiste nella loro capacità di distruggere, e quando essi percepiscono che un uomo è di un carattere tale che egli può resistere loro, da principio fuggono via, come fanno quando si avvicinano al primo ingresso del cielo, perché sono immediatamente colpiti da orrore e terrore, e si precipitano indietro.

1821. Versetto 9. E gli disse: prendi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un montone di tre anni, una tortora e un piccione. E gli disse, significa la percezione. Prendi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un montone di tre anni, sono le rappresentazioni delle cose celesti della chiesa. La giovenca rappresenta le cose celesti esterne, la capra, le cose celesti interiori, e il montone le cose celesti spirituali. Dovevano essere di tre anni perché dovevano coinvolgere tutte le cose della chiesa, sia in relazioni ai tempi, sia in relazione agli stati. E una tortora e un piccione, sono le rappresentazioni delle cose spirituali della chiesa; la tortora, quelle esteriori, e piccione, quelle interiori.

1822. E gli disse. Che questo significhi la percezione è evidente da ciò che è stato detto sopra ai versetti 2 e 7. La percezione stessa non è altro che una sorta di discorso interiore, che si manifesta nella percezione. Ogni dettame interiore e perfino la coscienza, non sono altro; ma la percezione è in un grado più eccelso o più interiore.

1823. Prendi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni e un montone di tre anni. Che ciò significhi la rappresentazione delle cose celesti della chiesa è evidente dal significato degli stessi animali nei sacrifici. Chiunque pensi saggiamente non può credere che i vari animali che furono sacrificati non significavano altro che sacrifici; o che un bue, una giovenca o un vitello significavano lo stesso di una pecora, un capretto e una capra, e che questi significavano lo stesso che l’agnello; e che la tortora significava lo stesso di piccioni piccioni. Ogni animale aveva il suo significato specifico. Questo può risultare evidente dal fatto che in nessun caso era offerto un animale in luogo di un altro; e che erano espressamente nominati quelli che sarebbero stati utilizzati nelle offerte e nei sacrifici quotidiani, nei sabati e nelle feste, quelli usati nelle offerte spontanee, nei voti e nelle offerte di pace, quelli usati per l’espiazione di colpa e peccato, e per la purificazione. Tutto ciò non sarebbe mai avvenuto a meno che non fosse rappresentato e significato qualcosa di specifico per ogni animale.

[2] Ma ciò che è stato significato per ogni particolare specie, sarebbe inutile da spiegare questa sede; basti sapere ora che le cose celesti erano rappresentate dagli animali, e le cose spirituali dagli uccelli; e per ogni specie, una specifica qualità celeste o spirituale. La chiesa ebraica stessa e tutte le cose ad essa inerenti sono rappresentative di quelle cose del regno del Signore, dove non esiste altro che ciò che è celeste e spirituale, cioè nient’altro che ciò che appartiene all’amore e alla fede; come è anche evidente dal significato degli animali puri e utili, di cui sopra (n. 45, 46, 142, 143, 246, 714, 715, 776). Dato che nelle chiese antichissime, questi significavano i beni celesti, poi divennero rappresentativi nella chiesa, dove si diffuse il culto esterno, che era anche rappresentativo.

[3] Poiché qui si tratta dello stato della chiesa, e si preannuncia quale sia lo stato, questo è stato mostrato ad Abramo attraverso simili rappresentazioni, esattamente come qui è esposto; e nondimeno tali cose s’intendono nel senso interno, come tutti possono comprendere; altrimenti quale sarebbe la necessità di prendere una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un montone di tre anni, una tortora e un piccione, dividendoli in due parti ed esporli così, a meno che tutto non significasse qualcos’altro? E cosa ciò significasse si vedrà in quanto segue.

1824. Che giovenca sia la rappresentazione delle cose celesti esterne, capra, delle cose celesti interne e montone, delle cose celesti spirituali, può scorgersi dai sacrifici, di cui , per Divina misericordia del Signore, si dirà dove sono trattati i sacrifici. Ci sono cose esteriori e cose celesti interiori, così come cose celesti spirituali. Le cose celesti esteriori sono quelle che sono dell’uomo esterno, le cose celesti interiori sono quelle dell’uomo interno e le cose celesti spirituali sono quelle che derivano da queste. Il celeste stesso è l’amore per il Signore e l’amore verso il prossimo. Questo celeste fluisce dal Signore, attraverso l’uomo interno nell’esterno. Nell’uomo interiore questo è chiamato interiore celeste, e nell’uomo esterno, esteriore celeste. L’esteriore celeste è tutta l’affezione del bene; anzi, è anche il piacere che viene dall’affezione del bene. Nella misura in cui il bene dell’amore e della carità è in questi, cioè nell’affezione del bene e nel piacere che ne deriva, allo stesso modo il celeste è in loro e anche la felicità. E lo spirituale celeste è tutta l’affezione per la verità in cui c’è l’affezione del bene, ovvero l’affezione per la verità che nasce dall’affezione del bene; così è la fede in cui è la carità, o la fede che nasce dalla carità.

1825. Che tre anni coinvolga tutte le cose della chiesa in relazione ai tempi e gli stati, è evidente dal significato del numero tre nella Parola. Per tre s’intende il tempo della chiesa nella sua pienezza, dalla sua origine fino alla sua fine, e quindi tutto il suo stato. L’ultimo tempo della chiesa è pertanto indicato dal terzo giorno, dalla terza settimana, dal terzo mese e dal terzo periodo che assumono tutti lo stesso significato. Dato che lo stato della chiesa è significato dal numero tre, questo è anche lo stato di tutti coloro che sono una chiesa e di tutto ciò che è della chiesa, come si può vedere dal significazione di questo numero nei passi addotti dalla Parola (n. 720, 901).

[2] Che una giovenca di tre anni significhi dunque il tempo o lo stato della chiesa fino all’ultimo, cioè quando questa va in rovina, può essere visto anche in Isaia:

Il mio cuore geme per Moab; i suoi fuggiaschi giungono fino a Zoar, giovenca di tre anni; perché salgono piangendo per la salita di Luhith; perché per la via di Horonaim mandano grida strazianti (Isaia 15:5)

E anche in Geremia:

Gioia ed esultanza sono bandite da Carmel e dalla terra di Moab; farò mancare il vino nei torchi. Non ci saranno più canti di gioia. Delle grida di Heshbon e di Elealeh si diffonde l’eco fino a Jahaz; da Zoar si odono grida fino a Horonaim, giovenca di tre anni; perché anche le acque di Nimrim diventeranno terra arida (Ger. 48:33-34)

Non si può comprendere il significato di queste cose, a meno che non si sappia ciò che s’intende per Moab, Zoar, la salita di Luhith, le grida di Heshbon ad Elealeh, Jahaz, Horonaim, le acque di Nimrim e una giovenca tre anni. Che ciò rappresenti la rovina più estrema, è evidente.

1826. Una tortora e un piccione. Che ciò significhi la rappresentazione delle cose spirituali della chiesa è evidente dal significato degli uccelli in generale e della tortora e del piccione in particolare. Che gli uccelli significhino le cose spirituali, che sono quelle della fede o della verità, e quindi sono intellettuali e razionali, è stato mostrato sopra (nn. 40, 745, 776, 991); anche che le colombe significano i beni e le verità della fede (n. 870). Ciò che essi significavano, per Divina misericordia del Signore, si dirà di seguito, dove vengono trattati i sacrifici. Nella Parola, specialmente nella parte profetica, quando si parla delle cose celesti, si parla anche di quelle spirituali, e in questo modo esse sono congiunte, perché l’una è dall’altra, in modo che l’una appartiene all’altra, come è stato detto prima, n 639, 680, 683, 707, 793, 801) .

1827. Che tortora sia la rappresentazione delle cose spirituali esteriori, e piccione, delle cose spirituali interiori, si può vedere da ciò che è stato detto riguardo alle cose celesti, di cui l’esterno era rappresentato dalla giovenca; l’interiore dalla capra, e l’intermedio dal montone.

1828. Versetto 10. Egli prese tutti queste animali e li divise a me, e posò ciascuna parte contro l’altra; ma non divise gli uccelli. Egli prese tutti queste animali, significa che così fu fatto. E li divise a me, significa la chiesa e il Signore. E posò ciascuna parte contro l’altra, significa il parallelismo e la corrispondenza con le cose celesti. Ma non divise gli uccelli, significa le cose spirituali, con le quali non c’era tale parallelismo e corrispondenza.

1829. Egli prese tutti queste animali. Che questo significhi che così fu fatto, è evidente senza necessità di spiegazione.

1830. E li divise a metà. Che questo significhi la chiesa e il Signore è evidente da ciò che segue. Perché le cose celesti erano rappresentate dalla giovenca, dalla capra e dal montone; e le cose spirituali dalla tortora e dal piccione; e questi, se divisi e posti l’uno contro l’altro, non possono avere altro significato.

1831. E posò ogni parte contro l’altra. Che questo significhi il parallelismo e la corrispondenza con le cose celestiali, può essere visto dalla considerazione che le parti da un lato significano la chiesa e dall’altro, il Signore; e quando questi si trovano l’uno di fronte all’altro, questo non è altro che un parallelismo e una corrispondenza. E dato che la giovenca, la capra e il montone, erano così divisi e posizionati, e per essi s’intendevano le cose celesti – come è stato detto sopra al versetto 9 – è evidente che esiste un parallelismo e una corrispondenza con le cose celesti. È diverso per le cose spirituali. Le cose celesti, come spesso è stato detto, sono tutte quelle che riguardano l’amore per il Signore e l’amore verso il prossimo. È il Signore che dona amore e carità; ed è la chiesa che riceve. Ciò che congiunge è la coscienza, in cui l’amore e la carità sono impiantate; e quindi lo spazio intermedio tra le parti significa ciò che nell’uomo viene definito percezione, dettato interno e coscienza. Le cose che sono al di sopra della percezione, del dettato e della coscienza, appartengono al Signore; quelli che sono al di sotto, sono nell’uomo. Poiché l’una guarda reciprocamente l’altra, si dice che vi sia un parallelismo; e dato che esse corrispondono l’una all’altro, come attivo e passivo, si dice che vi sia una corrispondenza.

1832. Ma non divise gli uccelli. Che ciò significhi le cose spirituali, in relazione alle quali non esiste un simile parallelismo e corrispondenza, è evidente dal significato di uccelli, vale a dire, ciò che è spirituale, di cui si è trattato nel versetto 9, appena sopra; e dall’affermazione secondo cui gli uccelli non furono separati; di conseguenza non c’è un parallelismo, né una corrispondenza. Per le cose spirituali, come spesso è stato detto prima, s’intendono tutte le cose della fede, di conseguenza tutte le cose dottrinali, perché queste sono chiamate cose di fede, sebbene non siano della fede finché non sono state congiunte con la carità. Tra queste e il Signore non c’è parallelismo né corrispondenza, perché sono cose che non fluiscono da un dettato interiore e dalla coscienza, così come quelle che appartengono all’amore e alla carità, ma derivano dall’istruzione, e dall’ascolto, dunque, non dall’interno, ma dall’esterno; e in questo modo formano i loro ricettacoli nell’uomo.

[2] La maggior parte di esse appaiono come se fossero verità, ma non sono verità; come quelle che appartengono al senso letterale della Parola e sono rappresentative e significative della verità, e non sono perciò in sé verità; alcuni di esse perfino falsità, che tuttavia possono servire come ricettacoli. Ma nel Signore non esistono altro che verità che sono essenzialmente tali; e quindi con queste non esiste alcun parallelismo né corrispondenza con le verità apparenti; e nondimeno possono essere adattate per servire come ricettacoli delle cose celesti che appartengono all’amore e alla carità. Queste verità apparenti rappresentano la nube della parte intellettuale, di cui si è detto prima, in cui il Signore insinua la carità e rende così fa la coscienza.

[3] Ad esempio, presso coloro che si soffermano sul solo senso letterale della Parola e credono che sia il Signore a indurre in tentazione, a tormentare la coscienza dell’uomo; e che suppongono che, poiché egli permette il male, egli stesso sia la causa del male e che spinga il male fino all’inferno, e altre simili cose. Queste sono verità apparenti, ed non essendo verità in sé, non esiste alcun parallelismo, né corrispondenza. Nondimeno, il Signore le lascia intatte nell’uomo, e le adatta mirabilmente attraverso la carità, in modo che possano servire come ricettacoli delle cose celesti. Così anche per il culto, gli insegnamenti religiosi e morali, e anche nel culto idolatrico; il Signore lascia intatte queste cose e le adatta per mezzo della carità, in modo che possano servire anche come ricettacoli. Allo stesso modo era riguardo ai numerosi riti della chiesa antica chiesa e poi della chiesa ebraica; che in sé non erano altro che rituali in cui non c’era verità; nondimeno, erano tollerati, permessi e vincolanti in quanto ritenuti sacri dai genitori e così furono impressi nella mente dei bambini quali verità, fin dall’infanzia.

[4] Queste ed altre cose sono quelle che s’intendono con l’espressione secondo cui gli uccelli non furono divisi. Perché le cose che sono state impiantate nella mente di un uomo, e sono considerate sante, il Signore le lascia intatte, a condizione che non siano contrarie al Divino ordine e, sebbene non esista parallelismo, né corrispondenza, nondimeno egli le adatta. Queste stesse cose sono quelle rappresentate nella chiesa ebraica dagli uccelli non separati nei sacrifici; perché dividere è porre le parti l’una di fronte all’altra in modo tale da poter corrispondere adeguatamente. E dato che ciò di cui si è parlato non è adeguatamente in corrispondenza, esse sono cancellate nell’altra vita presso coloro che desiderano essere istruiti; e le verità stesse vengono impiantate nella loro affezione del bene. Che nella chiesa ebraica – al fine di questa rappresentazione e di questo significato – gli uccelli non erano separati, è evidente in Mosè:

Se la sua offerta a Jehovah è un olocausto di uccelli, allora prenderà una tortora o un piccione. Lo taglierà prendendolo per le ali senza separarne le parti (Lev. 1:14, 17)

E lo stesso nel caso dei sacrifici per l’espiazione del peccato (Lev. 5:7-8).

1Si veda n. 1365 e ss.

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